28 gennaio 2012
Le elezioni presidenziali russe e la Commedia dell'Arte
26.01.2012
Dopo che si è determinato il quintetto dei partecipanti alle elezioni di marzo, si è chiarito che questo ricorda molto i personaggi della tradizionale Commedia dell'Arte italiana. Come se lo scenario della nostra azione elettorale si scrivesse specialmente per rallegrare lo stimatissimo pubblico.
La figura più abituale è il vecchio Pantalone. Il poveretto cominciò ad essere in ballottaggio ancora nel periodo della sua seconda giovinezza, ma in tutto questo tempo non ha avuto successo neanche una volta. In 20 anni non l'hanno deriso solo i pigri, tuttavia Pantalone va sempre sulla scena politica con la faccia seria e fa finta di recitare sul serio. Il vecchio cerca di ottenere le simpatie della gioventù, ma, sfortunatamente, passa sempre per stupido.
Pantalone è vestito di conseguenza. Pantaloni rossi e un gilet corto dello stesso colore. Il suo viso è coperto a metà da una maschera rossa. L'altra metà è ortodosso-patriottica. Pantalone bacia alternativamente la mummia del capo e la cintura della Madre di Dio.
Il secondo vecchietto è Il Dottore. Naturalmente non è un medico, ma un dottore in scienze giuridiche. Giurista e figlio di giurista. E' di qualche anno più giovane di Pantalone, tuttavia è salito sulla scena politica addirittura un po' prima di quello. Anche di lui non si sono beffati solo i pigri, tuttavia Il Dottore capisce bene di essere un personaggio da commedia e perciò gioca con lo sciocco elettore. Quello dice che Il Dottore è un burlone e a volte vota perfino per lui.
I colori di questo personaggio sono neri, nazionalisti. Ha una maschera con un naso enorme. Non conta i voti, ma li sente. Di solito invece conta i soldi che riceve in grande quantità per la vendita dei voti.
Arelecchino è molto più giovane del Dottore e di Pantalone. E' un servo furbo e fortunato. Fino a poco tempo fa serviva bene il proprio padrone, ma adesso ha deciso di pescare nel torbido. Improvvisamente è maturato, ha condannato il padrone e cerca di togliere l'elettorato di sinistra a Pantalone. Per questo a volte lo prende a calci nel sedere. Lo stimatissimo pubblico ride, ma da i voti al vecchio commediante piuttosto che al giovane.
I colori di Arlecchino sono indeterminati. Il vestito è leggero, comodo, che permette di compiere trucchi acrobatici sulla scena politica.
Brighella è un servo molto giovane, che invidia gli anziani parlmentari, che impediscono ai giovani di vivere e ottenere la felicità. Con Pantalone e con Il Dottore si comporta sfacciatamente. Si ritiene intelligente e di successo. Mentre i vecchietti recitavano la commedia, si è molto arricchito in modo incomprensibile e adesso ha deciso di convertire i soldi in capitale politico. Ha successo con la parte femminile della platea, che adora i commedianti ricchi e belli.
Nel vesito spicca molto il portafoglio nero, che Brighella porta alla cintura. Da questo prende regolarmente soldi e li da a chi raccoglie firme per lui e gli presta anche altri servizi.
Fino a poco tempo fa nella commedia c'era ancora Pierrot, tuttavia non gli hanno permesso di entrare nel gioco politico, in quanto non gli bastavano i soldi per la raccolta delle firme. Pierrot è sfortunato. Non è cinico come gli anziani, ma sofferente. Con il pubblico che si annoia cerca di parlare seriamente, ragion per cui gli spettatori se la prendono con lui. Non lo prendono sul serio e chiedono trucchi acrobatici nello stile di Arlecchino o monologhi divertenti tipo quelli di cui è un maestro Il Dottore. Di conseguenza a Pierrot lanciano spesso mele marce.
Nei suoi vestiti questo eroe consente solo il colore bianco. Non è mai stato da nessuna parte, non è mai consistito in nulla e non ha mai partecipato a niente.
E finalmente Il Capitano, il principale attore sulla scena politica. Ancora poco tempo fa portava le mostrine ed era salito di grado fino a tenente colonnello. Questo personaggio è altezzoso e a volte crudele. Ama parlare a lungo con il pubblico e gli racconta continuamente ogni sorta di storielle sui propri successi a cui questo chissà perché crede. Evidentemente lo spettatore vuole sottomettersi a chi ha già potere su di lui.
C'è un certo numero di spettatori a cui non piace, ma a loro Il Capitano propone di cambiare cervello, smettere di masticare moccio, farsi circoncidere, radersi le barbette e perfino di prendere le orecchie di un asino morto.
Ha un bel costume, ma la cosa principale in tutto l'aspetto esteriore del Capitano è il fatto che appare sempre senza maschera. E in realtà quale maschera può avere dopo tanti anni di governo autoritario?
Dmitrij Travin, "Novaja gazeta", http://www.novayagazeta.ru/columns/50651.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
[1] Allusione al mese di marzo, quando si terranno le elezioni presidenziali russe.
25 gennaio 2012
La Russia tra la falce e il martello?
La vendetta della storia
Nella Mosca rivoluzionaria e nei suoi dintorni sempre più spesso si valuta la questione: se ci sarà il secondo turno delle elezioni presidenziali e ci andranno Vladimir Putin e Gennadij Zjuganov, è il caso di votare per il leader dei comunisti?
La storia della Russia quasi ogni volta si forma in maniera così contorta che tocca scegliere tra due mali. Solo che nella situazione di un secondo turno non c'è un "male minore". Non c'è neanche una scelta razionale. Ma c'è un dilemma puramente di gusto (piace/non piace), che è gravato di dubbi morali. In che modo una moderna persona istruita con salde convinzioni democratiche e chiari principi morali può votare per Putin? In nessun modo. Ma come può votare per Zjuganov?
Un mio ex collega, grande amante di bevande forti, amava chiedere durante la giornata lavorativa: "Vuoi bere?" Una volta ricevuta una risposta negativa, dopo tre secondi precisava: "E adesso?" E' così anche con Zjuganov : l'intellettuale di umori antiputiniani inizialmente decide di "far passare questo calice". Ma dopo averci ripensato, può assolutamente votare per Zjuganov nella logica del "purché-non-sia-Putin". E colleghi molto degni esprimono già questa prontezza. Poiché: "Vedere ancora questo… non possiamo".
Ci sono anche avversari di questa posizione. Le loro convinzioni anticomuniste e il ricordo dell'era comunista non gli permettono di preferire Zjuganov a Putin. Anche per loro è difficile sopportare solo fisionomicamente la molesta presenza nella loro vita del presidente-cekista (1), ma la scelta fatta nel 1996 e i sacrifici morali fatti a quel tempo, quando Boris El'cin sembrava il male minore o perfino il simbolo del bene non gli permettono di dare un voto in favore di un comunista. Anche senza guardare al fatto che, come dicono molti, neanche Zjuganov adesso è più lo stesso del 1996 e che i comunisti oggi sono "di peluche", preoccupati in maggior grado da interessi personali che sociali. E la loro venuta difficilmente porterà massicce nazionalizzazioni, repressioni e così via. E peggio che sotto Putin comunque non sarà.
A qualcuno dei nostri amici intellettuali sembra perfino che piazza Bolotnaja debba finire immancabilmente con uno spostamento a sinistra del potere, perché il popolo sogna una svolta a sinistra. (Anche se, a mio parere, ora viviamo già sotto il leader di sinistra populista Putin, che sta coerentemente costruendo un sistema dal nome "capitalismo di Stato", che è fratello carnale del socialismo di Stato.) Per altri è importante di per se un'alternativa a Putin - indipendentemente dalla tinta di questa alternativa, perché nelle piazze da noi salutano eccitabili ragazzi ultra-russi come Belov-Potkin (2) o Tor (3).
La terza via è chiara: non andare semplicemente alle elezioni al secondo turno.
Il voto, come la fede, è una cosa intima di ciascuno. Ed è difficile come non mai. Zjuganov come alternativa è un boomerang che è giunto in volo dalla seconda metà degli anni '90.
E' la vendetta della storia per il fatto che Boris El'cin abbia scelto come successore Vladimir Putin. Sono convinto che il leader dei comunisti non pensasse neanche a tornare sull'ala di questo boomerang russo, disegnata con ornamenti popolari e decorato con il ritratto da parata di Stalin. A questo hanno portato l'elettore 12 anni di governo putiniano. Ma Putin non è uscito da un pozzo, è uscito dalla storia della Russia. E per lui hanno votato tutti insieme molti di quelli che ora vedono il lume della democrazia nell'amuichevole interfaccia di Gennadij Andreevič.
Così con le elezioni bisogna essere più prudenti!
Andrej Kolesnikov, "Novaja gazeta", http://www.novayagazeta.ru/comments/50598.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
(1) Cekisti (dall'abbreviazione ČK dell'istituzione) erano detti gli agenti della prima polizia politica sovietica e per estensione sono chiamati così gli agenti segreti.
(2) Aleksandr Anatol'evič Potkin (il "cognome d'arte" Belov è quello di una sua nonna, ma forse è stato scelto anche per ragioni razziste, perché deriva da belyj, "bianco") è membro del movimento nazionalista Russkie (I Russi).
(3) Vladimir Tor (vero nome: Vladlen Leonidovič Kralin) è membro dell'organizzazione nazionalista "Movimento Contro l'Immigrazione Illegale".
21 gennaio 2012
Dmitrij Mezencev, l'avversario che serve a Putin
A cosa serve il candidato alla presidenza Dmitrij Mezencev
18.01.2012
Semën NOVOPRUDSKIJ
Finora ho solo una prova indiscutibile che le elezioni presidenziali in Russia non saranno regolari. La prova ha un nome, un cognome e una carica. Si tratta di un candidato alla presidenza della Federazione Russa, il governatore della regione di Irkutsk [1] Dmitrij Mezencev. Tra l'altro egli stesso è quasi incolpevole di questa irregolarità. Beh, forse è colpevole di non aver avuto il coraggio di rifiutare un'umiliazione del genere.
Si può discutere a lungo se le videocamere in ogni seggio e le urne trasparenti renderanno regolari le elezioni presidenziali: perché comunque il conteggio dei voti si terrà in uffici "non trasparenti" e non davanti alle telecamere. Si può valutare se Michail Prochorov vada alle presidenziali da solo o glielo abbia chiesto Putin. Perché quello che non vogliono assolutamente capo del paese né Vladimir Vladimirovič, né gli "anziani della Duma" dividano i voti tra Prochorov e Javlinskij [2]. Si può considerare prova di irregolarità il mantenimento a capo della Commissione Elettorale Centrale di un vero mago: ma solo teoricamente – subito gli ordineranno di mostrare il 4 marzo meno trucchi che il 4 dicembre.
Solo la storia della comparsa tra i concorrenti al posto principale in Russia del 52enne nativo di Leningrado Mezencev Dmitrij Fëdorovič, conoscente di Putin per via del comune lavoro al municipio di San Pietroburgo già all'inizio degli anni '90 del secolo scorso, non permette un conflitto di congetture e trattazioni. E' un puro e semplice fake. Un clamoroso bidone.
Seguite i gesti. Il 14 dicembre il comitato sindacale delle Ferrovie della Siberia Orientale praticamente al banchetto, alla riunione solenne dedicata alla designazione del nuovo direttore dell'amministrazione delle Ferrovie della Siberia Orientale Vasilij Frolov, di punto in bianco promuove come candidato alla presidenza il governatore di Irkutsk. Mezencev lì ammette pubblicamente che per lui è una cosa totalmente inattesa, ma per qualche motivo non si rifiuta, anche se formalmente deve competere con Putin. Una delle persone più vicine a Putin in tutto il sistema del potere, il capo della RŽD [3] Vladimir Jakunin recita brillantemente il proprio ruolo in questa commedia dell'arte. Lo stesso giorno, il 14 dicembre, racconta ai giornalisti: "Abbiamo organizzazioni sindacali molto forti, che hanno pure approvato questa decisione. Io stesso sono venuto a saperlo ieri sera (cioè il 13 dicembre, quando Mezencev, se ha detto la verità, ancora non era a conoscenza della sua nuova missione politica – nota dell'autore). Ma io conosco Dmitrij Mezencev da tempo e appoggio questa candidatura".
Cioè un amico di Putin ha appoggiato pubblicamente un altro candidato al posto di presidente. E un governatore in carica e designato dal presidente Medvedev è andato contro la verticale in presenza del candidato ufficiale del partito del potere. Tra l'altro ha fatto questo non un governatore qualsiasi con ambizioni politiche personali (di questi la selezione naturale putiniana non ne ha lasciati), né un leader regionale riconoscibile da tutto il paese (di questi, probabilmente, ora ce ne sono solo tre – Ramzan Kadyrov, Aman Tuleev [4] e Sergej Sobjanin [5]).
Anche se il candidato Mezencev non tiene realmente alcuna campagna – non scrive articoli programmatici su giornali nazionali o occidentali, non concede interviste a destra e a manca (in realtà neanche gliele chiedono), uno scandalo intorno all'Odissea quasi presidenziale del nostro eroe c'è stato lo stesso. Gli attivisti del movimento "Scelta Democratica" [6] accompagnati da un corrispondente della stazione radio "Ėcho Moskvy" [7] hanno fatto visita all'Istituto di Ingegneria dei Trasporti di Mosca, scoprendo là persone con liste di firme per Mezencev e banche dati sui passaporti [8]. Il rappresentante di "Scelta Democratica" Igor' Drandin ha ritenuto ciò un tentativo di falsificare la raccolta delle firme. (Sul meccanismo di falsificazione la "Novaja gazeta" ha scritto dettagliatamente: http://www.novayagazeta.ru/politics/50475.html.) Tra l'altro è perfino un po' assurdo seguire le falsificazioni di un candidato falso fin dall'inizio.
La risposta alla domanda "perché Mezencev partecipa alle elezioni presidenziali?", è semplice come cinque copeche [9]. Se all'improvviso le proteste cresceranno, se sull'onda di queste i candidati dell'opposizione di sistema e gli indipendenti dichiareranno il boicottaggio delle elezioni e ritireranno le loro candidature, Putin non dovrà restare solo. Secondo la legge russa, il presidente non si può eleggere secondo il principio "uno su uno", devono essercene come minimo due. Resterà precisamente Mezencev. Il quorum dei candidati sarà garantito. Non fa niente se il numero di persone che voteranno per Mezencev sarà inferiore al numero delle firme da lui raccolte: così infatti fu già nel 2007 con il candidato Andrej Bogdanov [10]. All'inizio di questa settimana il quartier generale di Mezencev ha fatto rapporto: ci sono 2 milioni e 19 mila firme [11].
Finora l'unico avvenimento notevole nella carriera politica di Mezencev è stato la storia dell'8 giugno 2011, quando, in ritardo per l'aereo Aeroflot Irkutsk-Mosca, il governatore dette disposizione di bloccare il decollo e l'aereo fu trattenuto per un'ora. Le trattative del pilota e del personale di terra dell'aeroporto finirono allora su Internet. Adesso Mezencev passa realmente alla storia come l'eroe invisibile dell'operazione speciale per l'elezione a presidente di Putin per un terzo mandato a qualunque costo. Sarà una parte minuscola di quel costo. Inoltre Mezencev già una volta ha aiutato a far eleggere VVP [12]. Ora pochi lo ricordano, ma nel novembre 1999 proprio Mezencev diventò presidente del Centro di Elaborazioni Strategiche [13], che garantì la prima campagna elettorale presidenziale di Vladimir Putin.
Forse l'attuale esperienza di "vittima" servirà in qualche modo a Mezencev nella sua pratica scientifica: infatti finora combina il governo di Irkutsk con la guida della cattedra di Psicologia Politica dell'Università di San Pietroburgo. E per Putin, pare, è semplicemente buffo fare per la seconda volta la sua ombra politica una persona chiamata Dmitrij Me…
"Novaja gazeta", http://www.novayagazeta.ru/politics/50512.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
[1] Città della Siberia meridionale.
[2] Grigorij Alekseevič Javlinskij, fondatore con Jurij Jur'evič Boldyrev e Vladimir Petrovič Lukin del partito Jabloko ("Mela" – dalle iniziali Ja-B-L dei fondatori) di orientamento liberale.
[3] Rossijskie Železnye Dorogi (Ferrovie Russe).
[4] Aman Gumirovič (Amangeldy Moldagazyevič) Tuleev, governatore della regione di Kemerovo, nella Siberia meridionale.
[5] Sergej Semënovič Sobjanin, sindaco di Mosca.
[6] Movimento liberale riconosciuto solo a livello regionale.
[7] Emittente relativamente indipendente.
[8] Il passaporto è l'unico documento di identità in Russia.
[9] Cinque centesimi (cioè sommamente semplice – fra l'altro 5 centesimi di rublo sono 1/800 euro...).
[10] Andrej Vladimirovič Bogdanov, Gran Maestro della Gran Loggia Massonica di Russia e uno dei fondatori del partito moderato "Causa di Destra".
[11] Quindi 19 mila più del necessario perché la candidatura sia accettata...
[12] Vladimir Vladimirovič Putin. Ma in russo VVP sta per Valovoj Vnutrennij Produkt (Prodotto Interno Lordo, PIL).
[13] In teoria istituto di analisi economico-politica governativo.
17 gennaio 2012
Libertà
Libertà
di Giovanni Verga
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! -
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! -
Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure! - Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: - Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! -
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!
La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. - Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze deicappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.
Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. Igalantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!... -
15 gennaio 2012
Cose turche dietro i luccicanti grattacieli di "Groznyj-city"?
14 gennaio 2012, 23.32
Circa cento persone sono andate a manifestare il 13 gennaio nel centro della capitale della Cecenia, chiedendo che vengano pagati i loro stipendi. Tutti i manifestanti sono lavoratori della ditta turca Penta.
L'azione si è svolta nel viale Achmat Kadyrov, vicino al complesso di grattacieli "Groznyj-City", alla costruzione del quale hanno partecipato anche gli operai della ditta Penta. I partecipanti alla manifestazione chiedevano alle autorità di risolvere la questione del pagamento dei loro stipendi arretrati, che non ricevono da cinque mesi.
Come ha raccontato al corrispondente di "Kavkazskij uzel" a condizione di restare anonimo uno degli ex operai edili della ditta Penta, a tutte le richieste di estinguere i debiti nei loro confronti gli operai ricevono rifiuti e spesso anche aperte minacce.
"Ci siamo rivolti con questa questione a tutte le istanze possibili, siamo andati dal primo vice-premier del governo Magomed Daudov e da altri grandi capi, – dice il lavoratore edile. – Inizialmente ci hanno promesso collaborazione, ma adesso ci minacciano soltanto. Gli operai provenienti da Turchia e Azerbaijan, che lavoravano per la compagnia, sono già stati mandati a casa, anch'essi senza che gli venissero dati i soldi e a noi, lavoratori locali, propongono di chiedere i soldi al direttore della ditta. Tra l'altro essi stessi dicono che questi il 5 dicembre è fuggito dalla Cecenia".
Secondo la fonte, non hanno ricevuto lo stipendio per cinque mesi circa 2500 persone che lavoravano per la Penta. "Il direttore della ditta Siavush Mamedzade in estate e in autunno disse più di una volta che le autorità locali gli dovevano enormi quantità di soldi, ragion per cui non aveva la possibilità di pagarci gli stipendi. Disse che avevano promesso di dargli i soldi dopo la consegna del complesso "Groznyj-City", ma ciò non era avvenuto. Cos'è successo là in realtà, possiamo solo intuirlo. Ora comunque, approfittando del fatto che Mamedzade sarebbe fuggito dalla repubblica, le autorità danno tutta la colpa a lui, – ha sottolineato l'interlocutore. – Non ci interessano affatto le dichiarazioni, secondo cui il direttore della Penta è fuggito, lo cercano e così via. Abbiamo bisogno dei nostri soldi guadagnati onestamente, perché noi, così come i nostri capi, abbiamo famiglie che vanno nutrite".
Il conflitto intorno alla grande compagnia edile Penta, che si occupava dell'erezione di una serie di grandi edifici in Cecenia, cominciò alla fine di ottobre dello scorso anno, quando i lavoratori edili misero in Internet un comunicato sul fatto che per alcuni mesi non gli erano stati pagati gli stipendi e che erano trattenuti in Cecenia come ostaggi, a cui non era permesso lasciare il territorio dell'ostello che li ospitava.
Presto i lavoratori edili provenienti da Turchia e Azerbaijan che avevano lavorato per la Penta furono mandati fuori dai confini della repubblica, invocando come motivo i visti scaduti. Ai primi di dicembre le autorità cecene resero noto che il capo della ditta Penta Siavush Mamedzade era fuggito in Azebaijan senza aver pagato ai propri lavoratori 13 milioni di dollari.
La posizione di Mamedzade al momento presente non è nota. Ricordiamo che a novembre le forze dell'ordine cecene dichiararono che tra il capo della ditta edile e gli operai provenienti dalla Turchia era sorto un "normale conflitto sulla base dei rapporti di lavoro". Lo stesso Siavush Mamedzade allora definì le notizie su azioni illegali nei confronti degli operai una "provocazione", come riferì l'ufficio stampa del capo e del governo della Cecenia.
Come riferì "Kavkazskij uzel", all'inizio di novembre 2011 un caso analogo avvenne anche a un'altra compagnia edile che aveva lavorato in Cecenia – la "Bora İnşaat". Anche allora si trattava di sistematiche trattenute di stipendi. Gli specialisti turchi che avevano lavorato per questa compagnia furono pure inviati in patria e i lavoratori locali aspettano ancora i soldi che gli spettano. Le autorità cecene, a loro volta, dicono che il mancato pagamento degli stipendi della ditta "Bora İnşaat" è un affare interno della compagnia.
Nota della redazione: vedi anche le notizie "Il quartiere Staropromyslovskij [1] della capitale della Cecenia non può essere ricostruito per gli insufficienti pagamenti ai lavoratori edili", "Nella capitale della Cecenia vengono licenziati i lavoratori edili insoddisfatti del mancato pagamento degli stipendi", "Lo Specstroj [2] ripulisce dalle rovine il centro della capitale della Cecenia", "A Groznyj i lavori volontari di pulizia da dieci giorni si sono prolungati per due mesi".
Autore: Muslim Ibragimov; fonte: corrispondente del "Kavkazskij uzel"
"Kavkazskij uzel", http://www.kavkaz-uzel.ru/articles/199267/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
Note
[1] Quartiere della zona nord-occidentale di Groznyj.
[2] "Costruzione Speciale", ente costituito per la ricostruzione della Cecenia e al centro di polemiche per i mancati pagamenti alle ditte edili che vi lavorarono.
Putin cambia tutto per non cambiare nulla?
Vladimir Putin nei prossimi sei anni vuol fare tutto ciò che per motivi inspiegabili non ha fatto negli scorsi dodici
"Al mattino spalmo una tartina –
Subito un pensiero: e il popolo?"
Leonid Filatov [1], "Su Fedot l'arciere"
Una volta il caporeparto della fonderia della ZIL [2] Arkadij Ivanovič Vol'skij intervenne a una riunione di giovani produttori alla presenza del primo segretario del CC del partito N.S. Chruščëv. E raccontò dettagliatamente i dettagli tecnici che avevano permesso di migliorare qualcosa là. L'improvvisamente svegliatosi Nikita Sergeevič presa a gridare: "Che parli solo di ferri?! Alla gente bisogna pensare, alla gente [3]!"
Ecco che anche il nostro attuale, per così dire, primo segretario pensa tutto il tempo "alla gente [4]". Tra l'altro in una logica di "mezzadria" nei confronti della popolazione – dare un po' di tutto a tutti, perché le masse lavoratrici e parassitarie siano angosciate solo da un pensiero: che solo non vada peggio, meglio così che niente. Questo è anche il programma di Putin, che questi ha divulgato il 12 gennaio. Un programma di elemosine. Un programma di rinuncia allo sviluppo. Un programma di parole generiche su tutto ciò che va bene. 12 anni di governo di Vladimir Putin sono passati solo per capire verso dove vuole effettivamente muoversi.
E' un programma da zar-piccolo padre, che assegna tutto e tutti da solo. E' un programma di comando manuale. Invano, come ha ammesso l'addetto stampa del premier Dmitrij Peskov, Vladimir Vladimirovič ha scritto il programma a mano. Ma statali e pensionati, la sua principale risorsa di sostegno, li nutrirà di sua mano.
L'addetto stampa, in uno dei suoi numerosi commenti che essenzialmente sostituiscono il Twitter di Putin, ha fatto notare che il programma "una nuova visione del mondo, legata al mondo che cambia". Ma non c'è niente di principalmente nuovo nel "programma manuale" rispetto ai documenti programmatici di altri partiti e movimenti dell'ultimo decennio e mezzo – niente. Compresa la frase sul paese, in cui "vivere e lavorare confortevolmente, crescere figli e nipoti" (vedi il programma della SPS [5] del 2003) o l'illuminazione legata al fatto che nella ŽKCh [6] devono andare investimenti privati – di questo gli economisti parlano dalla fine degli anni '90.
Peraltro, a proposito degli anni '90. Questi dall'allora vice-sindaco e direttore del comitato per le relazioni esterne del comune di San Pietroburgo furono direttamente maledetti: non ama questo periodo. Ecco che nel "programma manuale" si incontra continuamente questo: "abbiamo superato la durissima crisi dei "feroci anni '90"". O questo: "i beni pubblici semidistrutti negli anni '90".
Uno dei capitoli del programma si chiama "I nostri valori". Dicono che al convegno dello scorso anno sul cinema il ministro della Cultura Aleksandr Avdeev abbia messo sul tavolo del premier l'intevista del critico cinematografico Daniil Dondurej alla "Novaja gazeta". Là per l'appunto si parlava della crisi dei valori morali. Gli insider affermano che Putin non ascoltò gli intervenuti al convegno, ma sottolineò con furia qualcosa nel testo dell'intervista. Ma il "leader nazionale" ha tratto conclusioni un po' strane: "Difenderemo attivamente le basi della moralità nei mezzi di informazione di massa e nella sfera di Internet… Non permetteremo a prodotti di cultura di massa di basso livello di deformare la salute morale e psichica dei nostri bambini e sosterremo la creazione e lo svolgimento di programmi e trasmissioni nazionali di qualità". Cioè, nazionale significa morale, ma nei mezzi di informazione di massa e su Internet ci aspetta la censura?
"Lo sviluppo della persona è il valore chiave", – scrive a mano Putin. Allora perché le spese statali per la difesa e la sicurezza crescono a ritmi ciclopici, ma per istruzione, sanità e cultura calano? O con questo budget statale il presidente del governo non ha a che fare?
"A ciascuno dev'essere garantita la libertà di scelta, tra l'altro la libertà deve basarsi sul fondamento della giustizia – solo così sarà riconosciuta dalla nostra società". Cioè, se la libertà viola la giustizia – i più intraprendenti guadagnano di più –, tale libertà non può essere riconosciuta "dalla società"? Allora questo cozza con la promessa di Putin: "Svilupperemo e garantiremo le libertà di impresa. Prima di tutto – la difesa da qualsiasi attentato alla proprietà privata"?
Il programma di Putin è fantasticamente dichiarativo e separato dalla realtà non solo nella parte "difesa del business dagli attentati". Prendiamo, per esempio, questa dichiarazione: "E' indispensabile stimolare la richiesta di innovazione di compagnie tanto private quanto statali. Ciò permetterà di dare lavoro a imprese ad alta tecnologia, ai nostri ingegneri e studiosi". Molto bene. Voto – cinque [7]. Ma il problema della sfera dell'innovazione è proprio nel fatto che la richiesta di innovazione non si presenta. E una risposta alla domanda su COME stimolare la richiesta lo scrittore a mano non la da affatto.
"L'attività delle forze dell'ordine dovrà essere indirizzata alla protezione e al sostegno dell'imprenditoria legale e non alla lotta ad essa", – dice l'autore ed esecutore di un sistema, in cui l'attività imprenditoriale si costruisce o sul sistema "attacco-bustarella" o sulla vicinanza allo stato e al suo "avere". Il solo caso Chodorkovskij, divenuto segno di riconoscimento del governo di Putin, ha sciolto le mani ai "tutori dell'ordine" e ai tribunali, ha dato alle indagini e alla giustizia un carattere "su commissione".
Ed ecco che è giunta l'autocritica: "Il modello di crescita economica del decennio scorso, basato sugli alti prezzi del petrolio e sull'utilizzo di potenzialità non pienamente sfruttate, create ancora ai tempi dell'URSS, si è praticamente esaurito". Putin lincia questo modello con tanto ardore e pathos, come se non l'avesse stabilito lui in tutti questi 12 del suo governo, trasmettendo gli asset economici e commutando l'economia in un regime di comando manuale. E in questa economia avevano un ruolo chiave solo i prezzi del petrolio e nient'altro.
Vladimir Vladimirovič minaccia: "Garantiremo la subordinazione del potere alla società per cui lavora". Non ci fa paura. Perché chissà chi ci crederà…
Ma ecco la conferma dell'amore di Putin per il pilotaggio (guida di caccia, spegnimento di incendi): "Renderemo una regola la pratica del "pilotaggio" delle grandi trasformazioni". Ma questo non è ciò a cui noi e voi pensavamo. Questo è il sistema di verifica del tipo "funghetti al nonno" [8] – qualsiasi trasformazioni là "nelle regioni più preparate".
Beh, certamente, per l'umanità e la questione della pace lotta senza paura la satira: le "regole del gioco" nella politica e nell'economia internazionale non si possono determinare alle nostre spalle o aggirando la Russia e i nostri interessi. La collaborazione internazionale è una strada a doppio senso di marcia… Ma i passi unilaterali dei nostri partner, che non tengono conto del parere della Russia e dei suoi interessi, avranno un'adeguata valutazione la nostra reazione di risposta".
Tutto come sempre. La constatazione dei successi, i desideri di vivere ancora meglio, le minacce al nemico. E là qualsiasi libertà e ulteriore regolarità, su cui insistono nelle piazze, aspetterà. La cosa principale è che sia libera come minimo una persona nel paese – Vladimir Putin. E questo neanche sempre. Nel suo sito elettorale ammette che sente un "dolce senso di libertà" quando va in… moto.
Così – scendiamo tutti in piazza e andiamo in moto. Ecco la libertà!
Andrej Kolesnikov
osservatore della "Novaja gazeta"
13.01.2012, "Novaja gazeta", http://old.novayagazeta.ru/data/2012/002/00.html (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
[1] Leonid Alekseevič Filatov, attore e scrittore russo morto nel 2003. "Su Fedot l'arciere" è una fiaba in versi su temi del folklore russo.
[2] Zavod Imeni Lichačëva (Fabbrica Lichačëv – ex "Fabbrica Stalin", intitolata nel 1956 al defunto direttore Ivan Alekseevič Lichačëv), fabbrica di mezzi pesanti e limousine per uomini di Stato.
[3] Le frasi originali sono in un russo molto colloquiale e un po' scorretto.
[4] Detto scorrettamente come nella citazione di Chruščëv. Il rilievo grafico, qui e altrove, è nell'originale.
[5] Sojuz Pravych Sil (Unione delle Forze di Destra), partito di orientamento liberale.
[6] Žiliščno-Kommunal'noe Chozjajstvo (Gestione delle Abitazioni e dei Servizi).
[7] Il massimo, i voti in Russia vanno da 1 a 5.
[8] Come dire un test su una cavia umana...
14 gennaio 2012
Medvedev e storie di ordinario Caucaso russo
12 gennaio 2012, 20.20
Una lettera al presidente russo Dmitrij Medvedev con la richiesta di fermare la persecuzione di suo figlio malato Ruslan Magomedov da parte dei locali agenti delle forze dell'ordine è stata indirizzata dall'abitante di Machačkala [1] Zagra Magomedova.
"Contro mio figlio il 12 luglio 2011 spararono dei poliziotti. Ebbe numerose ferite alle estremità inferiori, sia lodato Allah che è rimasto in vita. Poi i poliziotti dichiararono Ruslan un militante, dopodiché cominciò anche la persecuzione della nostra famiglia. A Ruslan non permisero a lungo di andare a curarsi fuori dai confini della repubblica, anche se c'erano dirette indicazioni in questo senso. Anche dopo il ritorno a casa non ci lasciano in pace, forse almeno il presidente russo Medvedev ci aiuterà", – ha dichiarato Magomedova in un intervista al corrispondente di "Kavkazskij uzel".
A suo dire l'ultimo caso di verificò alla vigilia di Capodanno. "Il 30 dicembre 2011 di mattina presto risuonò un bussare assordante alla nostra porta. Tutti si svegliarono impauriti. Mi avvicino [2] alla porta, chiedo chi è là. Risposero che erano poliziotti. Apro la porta e nella stanza fecero letteralmente irruzione sei persone: tre in uniforme da poliziotti, tre in tuta mimetica e mascherati. Chiedo di mostrare i documenti. Si presentò solo uno: Magomed Ališichov, ispettore distrettuale di Novyj Posëlok [3], ma noi viviamo in un altro quartiere", – ha raccontato la donna.
A Magomedova mostrarono "un mandato di perquisizione, sotto cui stava la firma del primo inquirente della sezione investigativa del quartiere Kirovskij [4] di Machačkala Zajnulabid Abdulmuslimov".
"Nel documento era detto che la sera del 29 dicembre 2011 alcune persone non identificate avevano ucciso a colpi d'arma da fuoco un poliziotto: dice, c'è una versione, secondo cui del crimine potrebbe esser complice Ruslan. Sono scioccata, mia figlio dall'estate non può affatto muoversi a causa delle ferite e qui ci sono accuse del genere", – si indigna Magomedova. I poliziotti condussero una perquisizione in casa sua e non trovarono nulla.
La donna ha riferito che dichiarazioni su azioni illegali sono state indirizzata anche al Comitato Inquirente e alle procure del Daghestan e della Russia.
A loro volta, gli agenti in servizio alla sezione investigativa del quartiere Kirovskij hanno dichiarato di non sapere nulla del caso, ma hanno promesso di dare aiuto alla donna, se si rivolgerà personalmente a loro.
Ricordiamo che l'8 settembre 2011 il padre del ferito Magomedėmin Magomedov raccontò al corrispondente di "Kavkazskij uzel" che gli agenti delle forze dell'ordine ostacolano le cure di suo figlio in un'altra regione perché sarebbe testimone in un procedimento penale.
Dal 12 luglio 2011 Ruslan Magomedov si trovava nel principale ospedale traumatologico della repubblica con numerose ferite da arma da fuoco, una commozione cerebrale di media gravità e un lieve trauma cranico-cerebrale.
All'accettazione del principale ospedale traumatologico della repubblica confermarono allora che i membri della commissione medica raccomandavano di ricoverare Ruslan Magomedov fuori dai confini del Daghestan. Tuttavia all'ufficio stampa del ministero degli Interni del Daghestan riferirono di non sapere niente in proposito.
Nota della redazione: vedi anche le notizie "In Daghestan le vittime di un'esplosione lamentano la mancanza di aiuto da parte delle autorità", "In Daghestan i familiari di un condannato per favoreggiamento di militanti chiedono che possa scontare la pena a casa","Lo FSIN [5] sceglierà in qualsiasi regione della Russia i luoghi per far scontare le pene ai condannati per estremismo".
Autore: Achmed Magomedov; fonte: corrispondente di "Kavkazskij uzel"
"Kavkazskij uzel", http://www.kavkaz-uzel.ru/articles/199167/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
Note
[1] Capitale del Daghestan.
[2] L'alternanza di passato e presente è nell'originale.
[3] Borgata di Machačkala.
[4] In pratica la parte settentrionale di Machačkala.
[5] Federal'naja Služba po Ispolneniju Nakazanij (Servizio Federale per l'Esecuzione delle Pene).
07 gennaio 2012
04 gennaio 2012
31 dicembre 2011
L'Inguscezia e la difficile opposizione al regime di Putin, tra intimidazioni e ricorsi alle corti islamiche
In Inguscezia il presidente del Mechk-Kchel collega il proprio arresto all'attività sociale
30 dicembre 2011, 17.59
La perquisizione e l'interrogatorio del presidente del Mechk-Kchel (parlamento alternativo) Idris Abadiev sono stati condotti nell'ambito delle indagini su un attacco banditesco, a cui, forse, ha preso parte suo figlio, affermano al ministero degli Interni dell'Inguscezia. Tuttavia lo stesso Abadiev e i suoi sostenitori sono certi che le azioni degli agenti delle strutture armate sono collegate all'attività sociale del capo del Mechk-Kchel.
Come ha riferito in precedenza "Kavkzaskij uzel", la mattina del 29 dicembre agenti di polizia con l'appoggio di militari delle truppe interne e di rappresentanti di altre strutture armate hanno condotto una perquisizione in casa del presidente del Mechk-Kchel Idiris Abadiev. Lo stesso Abadiev è stato condotto a Malgobek [1] da agenti delle strutture armate. Più tardi è stato rilasciato.
"Nell'ambito delle indagini del procedimento penale per il caso dell'appropriazione indebita di 500000 rubli [2] appartenenti a due abitanti della Kabardino-Balkaria in conseguenza di un attacco banditesco che ha avuto luogo il 2 ottobre dell'anno corrente alla periferia della città di Malgobek, gli agenti di polizia hanno esaminato l'abitazione privata appartenente all'abitante del luogo Idris Abadiev, in quanto si era avuta un'informazione investigativa sulla possibile partecipazione di suo figlio al compimento di tale atto di banditismo", – si dice nel sito del ministero degli Interni dell'Inguscezia.
Secondo informazioni del ministero degli Interni, in seguito della perquisizione non è stato trovato niente di illegale nella casa.
"Poiché, secondo i familiari, il sospetto si trova oltre i confini della repubblica, suo padre Idris Abadiev è stato invitato alla sezione degli Affari Interni del distretto di Malgobek per rendere una deposizione. Dopo il colloquio con l'inquirente Abadiev è andato a casa", – hanno fatto notare al ministero degli Interni della repubblica.
"La perquisizione è stata condotta da persone mascherate, erano una trentina di persone. Hanno presentato un mandato firmato dal giudice Cečoeva", o – ha raccontato in un'intervista al corrispondente di "Kakvlazskij uzel" olo stesso Idris Abadiev.
Idris Abadiev ha riferito anche che suo figlio Islam Abadieve studia alla MGU [3] e ora si trova a Mosca.
"L'arresto e la perquisizione sono stati causati dall'attività sociale di Idris Abadiev"
Il capo del Mechk-Kchel Abadiev ritiene che l'arresto e la perquisizione siano stati causati dalla sua attività sociale, in particolare dal fatto che il 28 dicembre il Mechk-Kchel ha tenuto una conferenza, in cui è stato approvato un appello al popolo inguscio.
"L'azione di svolgimento della perquisizione del 29 dicembre aveva un carattere intimidatorio", – è certo il collaboratore dell'agenzia di comunicazioni "Partner Plus" e membro del Consiglio Supremo del Mechk-Kchel Batyrbek Bogatyrëv.
La perquisizione è legata all'attività sociale di Abadiev nel ruolo di presidente del Mechk-Kchel, ha sottolineato a colloquio con il corrispondente di "Kavkazskij uzel" l'attivista per i diritti umani, oppositore e membro del Mechk-Kchel Magomed Chazbiev.
"Il 13 dicembre il Mechk-Kchel ha divulgato la richiesta al leader della repubblica Evkurov di ammettere che la sua dichiarazione sull'alta affluenza di elettori alle elezioni dello scorso 4 dicembre era una menzogna. I rappresentanti del Mechk-Kchel sono pronti a dimostrare che si tratta di una bugia davanti al tribunale shariatico dell'Inguscezia. Come hanno riferito all'organizzazione sociale, Junus-Bek Evkurov è stato citato al tribunale shariatico per dare spiegazioni riguardo all'ennesima disinformazione sul voto di massa. Il Mechk-Kchel non ha citato in giudizio Junus-Bek Evkurov per protestare contro i risultati delle elezioni. Ma perché degni giudici chiariscano e dimostrino che ciò che dice il capo dell'Inguscezia è, ad essere gentili, falsità", – ha fatto notare l'attivista per i diritti umani.
Nella dichiarazione del Mechk-Kchel si affermava che alle elezioni in Inguscezia è stata gravemente violata la legge sulle fondamentali garanzie dei diritti elettorali dei cittadini. I rappresentanti del Mechk-Kchel hanno citato Evkurov e il presidente della CIK [4] della repubblica Musa Evloev al tribunale shariatico perché diano spiegazioni riguardo alle violazioni alle elezioni. Tuttavia il rappresentante della DUM [5] della repubblica Adsalam Točiev ha dichiarato che i mufti non hanno approvato la dichiarazione sulla citazione di Evkurov e Evloev, in quanto "il tribunale shariatico esamina solo casi che hanno a che fare con il clero".
Il capo della commissione elettorale dell'Inguscezia Musa Evloev in precedenza aveva commentato le accuse dell'opposizione. "Mi è nota l'iniziativa di queste persone, ma non voglio dire niente al riguardo", – dichiarò Evloev, aggiungendo che la commissione elettorale è pronta a esaminare qualsiasi denuncia, ma che nessuno si è rivolto ad essa, perché "non ce n'era motivo". Peraltro Evloev ha definito la stessa situazione un "delirio".
Il capo dell'Inguscezia Evkurov Junus-Bek ha pure fatto notare che le passate elezioni a tre livelli sono state per il popolo inguscio "un vero esame di maturità politica". A suo dire, la campagna elettorale è andata avanti senza alcuna provocazione o azione illegale nella contesa pre-elettorale.
Ricordiamo che il Mechk-Kchel è stato fondato dall'opposizione inguscia nel febbraio 2008 in risposta alle pressioni delle autorità, ai sequestri di persona e alle esecuzioni extragiudiziali in Inguscezia. Dopo la nomina a presidente di Junus-Bek Evkurov fu deciso di bloccare l'attività del Mechk-Kchel. Nell'agosto 2010 a Nazran' [6] alla seduta dei rappresentanti dei tejpy [7] ingusci fu presa la decisione di riavviare l'attività del Mechk-Kchel.
"Con l'avvento al potere di Junus-Bek Evkurov fu presa la decisione di riavviare l'attività del Mechk-Kchel, poiché Evkurov il 31 ottobre 2008 nella moschea centrale promise pubblicamente di cercare il dialogo con tutte le forze politiche e di porre fine ai sequestri e agli omicidi di ingusci. Tuttavia le sue promesse l'allora presidente e ora capo di regione [8] non le ha mantenute", – ha fatto notare Magomed Chazbiev.
Nota della redazione: vedi anche le notizie "In Inguscezia gli abitanti insoddisfatti del lavoro del capo del villaggio di Inarki [9] chiedono un incontro con Evkurov ", "In Inguscezia secondo i voti di tre primarie è in testa il capo della repubblica Evkurov", "Gli abitanti di Dolakovo [10] si sono incontrati con "Russia Unita": il consiglio di villaggio ha smentito il rifiuto degli abitanti a partecipare alle elezioni, una serie di abitanti non esclude il boicottaggio".
Autrice: Tat'jana Gantimurova; fonte: corrispondente del "Kavkazskij uzel"
"Kavkazskij uzel", http://www.kavkaz-uzel.ru/articles/198581/ (traduzione e note di Matteo Mazzoni)
Note
[1] Città dell'Inguscezia settentrionale.
[2] Oltre 12000 euro.
[3] Moskovskij Gosudarstvennyj Universitet (Università Statale di Mosca).
[4] Central'naja Izbiratel'naja Komissija (Commissione Elettorale Centrale).
[5] Duchovnoe Upravlenie Musul'man (Direzione Spirituale dei Musulmani), ente di riferimento dei musulmani della Federazione Russa.
[6] Ex capitale dell'Inguscezia.
[7] Clan.
[8] In Russia adesso il titolo di presidente è riservato solo al presidente della Federazione.
[9] Villaggio dell'Inguscezia nord-orientale.
[10] Villaggio dell'Inguscezia ai confini con l'Ossezia del Sud.
